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 L'angolo di Tonino
 a cura di Antonio Simeone
L'UNICA LUCE SUL FESTIVAL 07-03-2005


Il sipario sul cinquantacinquesimo Festival della Canzone italiana di Sanremo è calato definitivamente. Ha vinto Francesco Renga (il nome è tutto un programma) compagno di vita di Ambra Angiolini. Ma di nuovo non c’è stato molto, anche se bisogna dire che per Paolo Bonolis, il suo conduttore, si è trattato di un successo.
A parte i numeri, che resta di questa Saga delle banalità, dove le canzoni sono tutte uguali (o io davvero non ne capisco nulla, il che può essere vero), scontate, pesanti, digeribili solamente se accompagnate da un bicchier d’acqua con dentro sciolta una bustina di bicarbonato. Il nulla. Apparizione di Vasco Rossi a parte. Perché Vasco è sempre Vasco. O no ?
Personalmente di questa settimana canora, guardata di sfuggita giusto perché mi trovavo a far la siesta sul divano con sopra Carletto, il mio dolce “cagno” che quando lo accarezzi fa le fusa, non mi resta nulla o quasi.
Altro che stupratore. Quel quasi di cui sopra ha un nome e cognome e soprattutto una storia fatta di sofferenza e di ingiustizie subite. Si chiama Mike Tyson il re incontrastato dei pesi dei massimi nella seconda metà degli anni Ottanta. Fra i miti che hanno costellato il mio immaginario sportivo, se Maradona è la cometa che mi ha sempre guidato in ogni viaggio fantastico, Tyson è sicuramente un punto fermo di questo firmamento. Quasi come Valentino. Fin dal giorno in cui, ancora adolescente, uscì dall’anonimato di Southington, ghetto nero di Brooklyn nello stato dell’Ohio, per diventare di lì a poco re incontrastato della categoria dei pesi massimi nella seconda metà degli anni Ottanta. E la sua storia mi conquistò.
A interromperne la carriera ci si mise una reginetta nera di nome Desiree (Washington) che dopo essersi intrufolata nella sua camera d’albergo lo accusò di stupro, riuscendo a farsi credere dal giudice Patricia Gifford (una donna…) e farlo condannare (con tanto di pagamento miliardario) a dieci anni di carcere di cui tre scontati (dal 1992 al 1995).
Tornando al Teatro Ariston, sono assolutamente certo di una cosa. Che questo Festival verrà ricordato soprattutto per l’apparizione di Tyson, di quest’uomo che è parso tutto, tranne che uno stupratore. Un timidone grondante di sudore ed emozione davanti a un pubblico diverso da quello dei bordoring. Un uomo che ha ammesso di non essere un santo, ma che forse non è nemmeno il diavolo.

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