E' già passato un anno. L'undici dicembre. Ricordare Abelardo Saporito è doveroso, doloroso e bello al tempo stesso.
Per me era un amico vero, conosciuto un pomeriggio di molti anni fa a Colorno, in quel di Parma, durante un torneo seconda. Ricordo come io, giocatore con la puntinata, fossi davvero felice di poter conoscere un'icona, un simbolo, un grande stratega di questa gomma così particolare, odiata, amata, difficile, affascinante. Fu un grande onore, prima di tutto.
Da quell'incontro nacque a poco a poco una sincera amicizia. I "puntinari" sono una strana specie di giocatori, ma fra di loro nasce spesso spontanea una solidarietà di corpo che difficilmente trova simili riscontri. Favorita da un "interesse comune", la nostra amicizia crebbe.
Abe mi prese in simpatia, in un certo senso mi adottò. Prima di ogni torneo, prima di ogni partita la telefonata a lui era d'obbligo.
Era come avere l'allenatore all'angolo, io che un allenatore non l'ho mai avuto in vita mia. "Gioca così, gli rispondi corto sul rovescio, ma poi lo fai aprire lungo sul dritto, che non è fortissimo, ma poi quando palleggia apri tu...". Io eseguivo come se ci fosse stato lui dietro le transenne. Tante vittorie le devo anche a lui.
Era il primo che chiamavo appena finita la partita. Sempre. Era il primo a cui pensavo dopo aver vinto una partita.
Dividevo con lui le mie emozioni agonistiche e sentivo sempre dall'altra parte del telefono la gioia e la soddisfazione per i miei (pochi rispetto ai suoi) risultati. Capivo che era come se vincesse lui. Era davvero bello.
Quando il cancro si è impadronito del suo corpo, proprio lui, vegetariano, non fumatore, sempre controllato a tavola, atleta, ho diviso con lui, a distanza, il grande dolore della sofferenza.
Quello che già avevo provato più di dieci anni prima, per mio padre, e poi ancora per altri amici. Più il tempo passava e più la sua voce diventava flebile. Capivo che il destino ormai era segnato. Ma anche con la vita che gli sfuggiva via senza speranza, ogni volta che lo sentivo parlavamo di ping pong. Aveva ancora voglia di giocare, di provare qualche gomma nuova, un telaio. Era ancora lui, l'Abe che avevo conosciuto a Colorno, quel veterano con l'entusiasmo di un ragazzino.
Di giocatori forti ne ha battuti veramente tanti. Una volta arrivò a condurre due set a uno (al ventuno) persino con Costantini. "Tu pensi che non l'avrei potuta vincere quella partita ?" mi disse poi. "Sono stato io a non volere. Sai, noi con la puntinata è meglio che non vinciamo troppo, perchè dopo non ci fanno più giocare". La solita storia.
Che piaccia o no, quella di Abe era un'arte che nessuno possedeva. Il suo modo di giocare, sul tavolo, con palle cortissime, laterali, alternate a spinte improvvise, era unico, inimitabile. La sua racchetta era come un violino prezioso nelle sue mani, nessuno lo sapeva far suonare allo stesso modo. Questione di sensibilità.
L'undici dicembre dell'anno scorso non ho più sentito Abe dall'altra parte del telefono, ma sua moglie Mary, che abbraccio sempre, e Roberto Grano, amico inseparabile di tante giornate trascorse a pescare al lago o al fiume, a coltivare un'altra grande passione.
Le persone care che non ci sono più vivranno sempre attraverso la nostra memoria. Abe per me è una di queste.
Se è da qualche parte, spero che mi veda e in in qualche modo sia ancora a bordo campo. Chissà cosa ci aspetta al di là della transenna. Adesso non possiamo saperlo, anche se la speranza è quella di un Qualcosa di eterno.
Ritrovarci a giocare insieme sarebbe un sogno bellissimo da realizzare.
|